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Padre G.M.Scozzaro - Pasqua - 4 Aprile 2021

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Padre Giulio Maria Scozzaro – Pasqua – 4 aprile 2021

La Risurrezione gloriosa del Signore Gesù è la chiave per interpretare tutta la sua vita, ed è il fondamento della nostra Fede.

Senza questa vittoria sulla morte, qualsiasi predicazione sarebbe vana e la nostra Fede priva di fondamento. Inoltre, è sulla Risurrezione di Gesù che poggia la nostra futura risurrezione. La Pasqua è la festa della nostra Redenzione e, quindi, festa di ringraziamento e di gioia.

Senza la vittoria di Gesù sulla morte, dice San Paolo, qualsiasi predicazione sarebbe vana e la nostra Fede senza contenuto. Solo i fanatici adorano il loro idolo morto, senza vita né capacità di intervenire nella storia, mentre noi adoriamo Gesù Risorto e Vivente in mezzo a noi.

La Risurrezione del Signore è la realtà centrale della Fede cattolica, e come tale è stata predicata fin dagli inizi del Cristianesimo.

Ma cosa significa risorgere da morte?

Forse non si riflette abbastanza sulla Risurrezione di Gesù perché è assente la meditazione della sua Passione e Morte. Una minima percentuale di cristiani si sofferma ogni giorno a meditare la vita di Gesù e, quindi, la maggioranza non si pone il quesito del profondo significato della sua Risurrezione, del suo dominio sulla morte.

È importante approfondire periodicamente le risurrezioni compiute dal Signore durante la sua vita pubblica. La più straordinaria rimane quella di Lazzaro, morto da quattro giorni ed in lui era già iniziato il processo di decomposizione del suo corpo, infatti tra i tre e i sei giorni, che rappresentano il primo stadio, i tessuti molli cominciano a decomporsi.

Nel corpo umano la respirazione e circolazione sono processi strettamente interdipendenti. Quando cessa la respirazione e il cuore smette di far circolare il sangue, le cellule restano prive dell’abituale rifornimento di ossigeno e possono sopravvivere da un minuto a qualche giorno.

Questo processo era già iniziato in Lazzaro e lo disse Marta a Gesù non appena arrivò a Betania: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni» (Gv 11,39). Questa precisazione di Marta era la risposta all’ordine perentorio dato da Gesù: «Togliete la pietra!» (Gv 11,39).

Nella Risurrezione di Gesù il suo Corpo glorioso non poteva subire alcuna decomposizione e Lui è vivo, è il Risorto.

Il processo di decomposizione del Corpo non si è verificato neanche in Colei che aveva dato a Gesù un Corpo, la sua Carne e aveva formato il suo Cuore. La Madonna è salita al Cielo in Anima e Corpo, come Gesù era già asceso al Cielo.

La Pasqua è il passaggio dalla morte alla vera vita e i cristiani devono compiere quanto chiede Gesù, questo è il vero significato della Pasqua. La Risurrezione di Gesù è un fatto che ferma la storia e la fa ripartire con una nuova prospettiva.

Nella Pasqua deve avvenire un passaggio profondo nella vita del cristiano, deve abbandonare la schiavitù del peccato, la sottomissione ai vizi per ritrovare la libertà delle scelte, non più guidate dall’istinto. Senza la conoscenza della nostra pasqua si rimane sempre in uno stato di asservimento a qualsiasi istinto e non c’è mai la forza per vivere come chiede il Signore Gesù.

Gesù è vivo e vuole vivere in ognuno di noi. Se non riesce a renderci risorti, c’è qualcosa da rivedere in noi e dobbiamo farlo con premura.

La Pasqua cristiana richiede la nostra risposta, ognuno deve dimostrare a Gesù di essere rinato nella notte della sua Risurrezione, di avere compreso che la vita scorre docilmente verso la corruzione se non si attua con coraggio il passaggio dalla vita mediocre alla rinascita spirituale, alla vita di Fede, abbandonando ogni corruzione e i pensieri iniqui.

Per molti cattolici la Pasqua indica solo la Risurrezione di Cristo, non c’è altra conoscenza e non c’è la capacità di comprendere la richiesta che fa Gesù ad ognuno di noi di fare la Pasqua con Lui, con un nuovo modo di ragionare e di agire.

Gesù ci chiede di cambiare mentalità, ci propone un nuovo modo di agire e di pensare.

Non si deve correre dietro qualsiasi pensiero perché piace e sono molti quelli che compiono opere perché ci «credono», per scoprire poi l’inutilità e il fallimento. Lo fanno avventatamente tantissimi, ricchi e poveri, soprattutto i facoltosi, i professionisti e i politici i quali conservano una considerazione personale superiore.

La Risurrezione di Gesù è un forte richiamo a vivere da risorti, a compiere premuroso apostolato. La Pasqua ci dice che dobbiamo essere luce e portare luce agli altri. Per questo, dobbiamo restare uniti al Signore con una preghiera frequente nella giornata per non far spegnere la fiamma viva di amore.

La conversione autentica è la risposta a Gesù, l’accoglienza del suo Spirito che cambia in meglio noi e rinnova la vita. È la vera risurrezione.

Come la Risurrezione del Signore è una realtà centrale della Fede cattolica e come tale è stata predicata fin dagli inizi del Cristianesimo, anche la risurrezione dei cristiani dalla tiepidezza e da una mentalità traviata è l’inizio di una nuova vita, la rinascita che Gesù indicò a Nicodemo.

Ognuno di noi è stato creato per la gloria eterna e una gioia senza fine, ma l’uomo è libero di scegliere e qui molto spesso per debolezza e superbia, sceglie il suo finto paradiso, compiendo tantissime opere sbagliate, prediligendo quindi il Male in molte circostanze.

Per l’assenza di discernimento il Male viene scambiato per il Bene, ed è il disordine insensibile che domina, esso viene suscitato dalla debolezza spirituale. Questa confusione esistenziale non permette di seguire Colui che è l’unico ad elargire il Bene, la vera gioia della vita, a permettere il senso fondato della realizzazione umana e professionale e che dona una imperturbabile pace interiore.

Gesù Risorto vivo e vero ci conosce perfettamente!

E questo fatto ci riempie il cuore di gioia. È Risorto e ha sconfitto la morte, con Lui noi prima o poi vinceremo ogni avversità.

Il miracolo che festeggiamo a Pasqua è di tale rilevanza che ognuno che crede in questo e vive da risorto, è salvato eternamente. Il nucleo del nostro apostolato è l’annuncio che Cristo vive. È il vivente. Ed è quanto, dopo venti secoli, tutti noi annunciamo al mondo: Gesù vive!

La Risurrezione è la prova suprema della Divinità del Signore Gesù!

Ma per molti cristiani Dio è morto.

Da quanto si conosce pubblicamente, anche per molti uomini di Chiesa, Gesù Cristo non è vivo, e parlano di un nuovo Gesù che non corrisponde affatto a quello del Vangelo. Per compensare la perdita della Fede, si parla di tutt’altro che non è spirituale né formativo per i cattolici, accrescendo sempre più la crisi nella Chiesa.

Vescovi e Sacerdoti non possono occuparsi del sociale ma delle anime da salvare, alla vita intensa di preghiera che devono condurre, a coltivare la propria Fede per trasmetterla con le parole, le opere, la carità che è amore e bontà.

«Non chiunque mi dice: Signore, Signore... ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli» (Mt 7,21).

Non rimanga mai la nostra anima vuota della presenza di Dio, solo la tomba del Sepolcro deve rimanere vuota.

La Pasqua è rinascita da una vita tiepida o alla deriva, con Gesù Risorto disponibile a perdonare tutti, a donare ai pentiti ogni Grazia.

Gesù Cristo è vivo, annunciatelo a tutti anche con le vostre opere buone e oneste, aiutate le opere sacre perché tutto si lascerà qui.

Oggi è il giorno della vittoria di Cristo, il giorno della piena felicità della Madonna dopo avere pianto e sofferto. Insieme a Lei viviamo nella gioia.

 

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Senso della colpa e senso del peccato

Senso della colpa e senso del peccato

di Don Mario Cascone

 Nel nostro tempo si smarrisce sempre più il senso del peccato, che è per sua natura direttamente proporzionale al senso di Dio.

Quanto più l’uomo si incontra “a tu per 
tu” con il Signore, tanto più scopre e conosce i suoi peccati, sentendosi indegno di stare al cospetto di Dio.

Succede come quando vediamo i mobili di una stanza al buio: la polvere sopra di essi non si nota…Ma non appena accendiamo la luce o apriamo la finestra, immediatamente ci accorgiamo della polvere che si è accumulata…Dio è luce, che mette a nudo le nostre mancanze, ma lo fa con amore e misericordia, ossia facendoci avvertire il bisogno di togliere da noi la “polvere” che forse da tempo abbiamo accumulato nella nostra vita.

Tutto questo però non va confuso con un semplice sentimento psicologico, con un’emozione, perché altrimenti non sarebbe autenticamente liberante.

Un altro abbaglio del nostro tempo è quello di interpretare il peccato in termini puramente psicologici, legandolo al senso di colpa che la persona prova dopo aver compiuto una trasgressione.

Una tale concezione è fuorviante, perché porta a pensare che sia peccato solo ciò che fa sentire in colpa, mentre tutto il resto, anche se oggettivamente non rispetta la legge di Dio, non viene ritenuto peccato grave…Senso della colpa e senso del peccato sono due cose molto diverse tra di loro. Proviamo a coglierne alcune differenze:Il senso della colpa è psicologico, mentre il senso del peccato è teologicoIl senso della colpa è monologico, ossia consiste nell’io che guarda dentro se stesso; il senso del peccato è dialogico, perché riguarda il rapporto tra l’uomo è Dio, si coglie nel sentirsi guardati e amati dal SignoreIl senso della colpa è frustrante, perché produce amarezza, insoddisfazione, rabbia verso se stessi, rassegnazione al male compiuto; il senso del peccato è liberante, perché fa vedere il male come qualcosa da cui la potenza di Dio può trarre il bene; di conseguenza convince il peccatore a “consegnare” il male da lui compiuto alla misericordia del Signore, che sa scrivere dritto anche sulle righe storte della nostra esistenza…Il senso della colpa è legato al timore, quello del peccato all’amore: la colpa, infatti, nasce dalla consapevolezza della trasgressione di una regola; il peccato dalla coscienza di avere offeso l’amore di Dio e di aver deluso le sue attese di Padre, la fiducia da lui riposta nei nostri confrontiIl senso del peccato è allora maturante, perché ci fa crescere nel desiderio di amare il Signore e, prima ancora, di lasciarci amare da Lui; il senso della colpa invece rischia di farci restare sempre fermi allo stesso punto, perché può portare a fissarci su alcune trasgressioni, impedendoci di verificare tutto l’ampio panorama del nostro rapporto con Dio, con i fratelli e con noi stessi.

Il rischio è quello di confessare solo ciò che ci fa “sentire” in colpa, e non quello che realmente ferisce in noi l’amore di DioSolo l’autentico senso del peccato genera in noi il dolore perfetto, quello cioè che si lega all’amore e non alla paura del castigo di Dio. Lo diciamo già
nell’atto di dolore: 

“Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi e molto più perché ho offeso Te infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”.

Beatificazione Carlo Acutis , ragazzo di 15 anni

 

Antonia Salzano: «Il miracolo di Carlo Acutis, mio figlio,

 morto 15enne di leucemia: un santo per il web» 

La madre: «Morì in 72 ore. Mi disse:

ti darò molti segni e sarai di nuovo mamma»

di Stefano Lorenzetto

 

Intercede. Salva. Guarisce. Converte. Appare. I devoti di quello che già viene chiamato «il patrono di Internet», almeno 1 milione nei cinque continenti, vedono la sua presenza ovunque. L’ultimo segno, il 15 agosto. Scrivono i fan su Facebook: «Questa notte, nella solennità della Santissima Vergine Maria Assunta, Carlo è venuto a prendersi la sua cagnolina Briciola di quasi 17 anni. Ora corre e gioca anche lei nei meravigliosi giardini del Paradiso assieme agli altri animali di Carlo che l’hanno preceduta», i cani Poldo, Stellina e Chiara, i gatti Bambi e Cleopatra. Non le pare eccessivo che associno l’Assunzione alla morte di una bestiola? Sorride indulgente Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, stroncato a 15 anni da una leucemia fulminante nel breve volgere di 72 ore. «Prima che ci lasciasse, gli dissi: se in cielo troverai i nostri amici a quattro zampe, compari con Billy, il cane della mia infanzia. Lui non lo conosceva. Un giorno zia Gioia, ignara del nostro accordo, mi telefonò: “Stanotte in sogno ho visto Carlo. Teneva fra le braccia Billy”».

Ma sono ben altri i segni per cui lo studente milanese, già venerabile dal 2018, verrà proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre ad Assisi, ultima tappa prima di diventare santo. Quando il 23 gennaio 2019 si eseguì la ricognizione canonica sulle spoglie mortali del giovanissimo servo di Dio, la sua salma fu trovata intatta. «Io stavo lì, mio marito non volle vedere. Era ancora il nostro ragazzone, alto 1,82, solo la pelle un po’ più scura, con tutti i suoi capelli neri e ricci. E lo stesso peso, quello che si era predetto da solo».

Che intende dire?

«Pochi giorni dopo il funerale, all’alba fui svegliata da una voce: “Testamento”. Frugai in camera sua, pensavo di trovarvi uno scritto. Nulla. Accesi il pc, lo strumento che preferiva. Sul desktop c’era un filmato brevissimo che si era girato da solo ad Assisi tre mesi prima: “Quando peserò 70 chili, sono destinato a morire”. E guardava spensierato il cielo».

La vita di Carlo durò solo 5.641 giorni.

«In realtà 5.640. Entrò in coma alle 14 dell’11 ottobre 2006, con il sorriso sulle labbra. Credevamo che si fosse addormentato. Alle 17 fu dichiarata la morte cerebrale, la mattina del 12 quella legale. Avremmo voluto donare i suoi organi, ma non fu possibile, ci dissero che erano compromessi dalla malattia. Un bel paradosso, perché il cuore, perfetto, ora sarà esposto in un ostensorio nella basilica papale di San Francesco ad Assisi».

Quand’è stato prelevato?

«Durante la ricognizione del 2019. Con atto notarile abbiamo voluto donare il corpo al vescovo di Assisi. Era giusto che appartenesse alla Chiesa universale».

In che modo Carlo scoprì la fede?

«Non certo per merito di noi genitori, lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non è che la domenica andasse a messa».

Allora come spiega questa religiosità?

«Un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla. Ma c’era in lui una predisposizione naturale al sacro. A 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all’eucaristia a 7 anni, anziché a 10».

E voi come reagiste?

«Lo lasciammo libero. Ci pareva una cosa bella, perciò chiedemmo una deroga. Per me fu una “Dio-incidenza”. Carlo mi salvò. Ero un’analfabeta della fede. Mi riavvicinai grazie a padre Ilio Carrai, il padre Pio di Bologna, altrimenti mi sarei sentita screditata nella mia autorità genitoriale. È un percorso che dura tuttora. Spero almeno di finire in purgatorio».

Carlo fu precoce solo nella preghiera?

«In tutto. Era un mostro di bravura. A 6 anni già padroneggiava il computer, girava per casa con il camice bianco e il badge “Scienziato informatico”. A 9 scriveva programmi elettronici grazie ai testi acquistati nella libreria del Politecnico».

Non era troppo piccolo per usare il pc?

«I promotori della causa di beatificazione hanno analizzato in profondità la memoria del suo computer con le tecniche dell’indagine forense, senza riscontrare la minima traccia di attività sconvenienti. Sognava di adoperare il pc e il web per diffondere il Vangelo. Papa Francesco nellaChristus vivit cita Carlo come esempio per i giovani. “Sapeva molto bene”, spiega, “che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Il suo sguardo spaziava ben oltre Internet».

Fino a dove?

«Alle mense dei poveri, quelle delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Baggio e dei cappuccini in viale Piave, dove prestava servizio come volontario. La sera partiva da casa con recipienti pieni di cibo e bevande calde. Li portava ai clochard sotto l’Arco della Pace, per i quali con i risparmi delle sue mance comprava anche i sacchi a pelo. Lo accompagnava il nostro cameriere Rajesh Mohur, un bramino della casta sacerdotale indù, che si convertì al cattolicesimo vedendo come Carlo aiutava i diseredati».

Avrebbe mai detto che un giorno sarebbe salito all’onore degli altari?

«Ero certa che fosse santo già in vita. Fece guarire una signora da un tumore, supplicando la Madonna di Pompei».

Il miracolo riconosciuto dalla Chiesa?

«No, solo uno dei tanti che nemmeno sono entrati nel processo di canonizzazione. Quello che lo farà proclamare beato accadde in Brasile nel settimo anniversario della morte, il 12 ottobre 2013, a Campo Grande. Matheus, 6 anni, era nato con il pancreas biforcuto e non riusciva a digerire alimenti solidi. Padre Marcelo Tenório invitò i parrocchiani a una novena e appoggiò un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente, che l’indomani cominciò a mangiare. La Tac dimostrò che il suo pancreas era divenuto identico a quello degli individui sani, senza che i chirurghi lo avessero operato. Una guarigione istantanea, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche».

Suo figlio come si ammalò?

«Sembrava una banale influenza. Dopo alcuni giorni comparvero forte astenia e sangue nelle urine. Lui se ne uscì con una delle sue frasi: “Offro queste sofferenze per il Papa, per la Chiesa e per andare dritto in paradiso senza passare dal purgatorio”, ma in famiglia non vi demmo troppo peso. Chiamai il professor Vittorio Carnelli, che era stato il suo pediatra. Ci consigliò l’immediato ricovero nella clinica De Marchi. E lì avemmo la diagnosi infausta: leucemia mieloide acuta M3. Carlo ne fu informato dagli ematologi. Reagì con dolcezza e commentò: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia”. Fu trasferito all’ospedale San Gerardo di Monza. Appena giuntovi, scosse la testa: “Da qui non esco vivo”».

Lei invocò un miracolo per suo figlio?

«Sì, da Gesù, dalla Madonna e dal venerabile fra Cecilio Maria, al secolo Pietro Cortinovis, il cappuccino fondatore dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. Ma i piani di Dio erano altri».

Quali?

«Quelli che avevo proposto a Carlo prima che spirasse: chiedi al Signore di manifestarci un segno della sua presenza».

E suo figlio che cosa le rispose?

«“Non preoccuparti, mamma. Ti darò molti segni”. Nove giorni dopo la sua morte, a Tixtla, in Messico, un’ostia si arrossò di sangue. Una commissione composta anche da scienziati non credenti accertò che era del gruppo AB, lo stesso presente nella Sindone e nel miracolo di Lanciano, e che si trattava di cellule del cuore. A distanza di quattro anni, negli strati sottostanti alla coagulazione restava ancora presente del sangue fresco».

Suo figlio aveva allestito «Segni», una mostra sui miracoli eucaristici.

«Sì, sta girando tutti i santuari del mondo. Negli Stati Uniti l’hanno ospitata 10.000 parrocchie. Sono eventi soprannaturali come quello accaduto il 12 ottobre 2008, nel secondo anniversario della sua morte, a Sokólka, in Polonia. Un’ostia caduta a terra durante la comunione, e conservata in cassaforte, una settimana dopo divenne un pezzo di carne di origine miocardica, gruppo sanguigno AB».

Ha avuto solo questi, di segni?

«Anche altri. Carlo mi predisse che sarei diventata di nuovo madre, benché stessi per compiere 40 anni. E nel 2010, quando già ne avevo 43, diedi alla luce due gemelli, Michele e Francesca».

Perché fu sepolto ad Assisi?

«Abbiamo una casa in Umbria. Un cartello avvertiva che c’erano in vendita nuovi loculi nel cimitero comunale. Chiesi a Carlo che cosa ne pensasse. “Sarei felicissimo di finire qua”, rispose. Il suo corpo intatto è stato poi traslato nel santuario della Spogliazione, dove ora i fedeli potranno venerarlo per sempre».

Che cosa le manca di più di suo figlio?

«L’allegria. Appena morì, ricordo d’aver pensato: e ora chi mi farà ridere? e chi mi aiuterà con il computer? Mi restano i suoi pensieri, detti e scritti: “Non io, ma Dio!”. “Da qualunque punto di vista la si guardi, la vita è sempre fantastica”. “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”».

L’ultimo rende bene l’idea dei social.

«È così, gli uomini d’oggi sono ripiegati su sé stessi. La loro felicità è fatta solo di like. Ma Carlo è l’influencer di Dio».

Non vorrebbe che fosse ancora qui con lei, anziché avere un santo in cielo?

«Ho fatto mia l’invocazione di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. I figli non ci appartengono, ci sono affidati. Sento Carlo più presente di quando era in vita. Vedo il bene che fa. Mi basta».

4 settembre 2020

 

In Cristo tentati, ma vittoriosi sul maligno

IN CRISTO SIAMO STATI TENTATI E IN LUI ABBIAMO VINTO IL DIAVOLO


La nostra vita in questo pellegrinaggio terreno non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione.

Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.

Il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo.

In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.

Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana.
Leggiamo nel Vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto.

Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.

Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore.

Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.

(dal "Commento sui salmi" di Sant'Agostino, Vescovo)