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Beatificazione Carlo Acutis , ragazzo di 15 anni

 

Antonia Salzano: «Il miracolo di Carlo Acutis, mio figlio,

 morto 15enne di leucemia: un santo per il web» 

La madre: «Morì in 72 ore. Mi disse:

ti darò molti segni e sarai di nuovo mamma»

di Stefano Lorenzetto

 

Intercede. Salva. Guarisce. Converte. Appare. I devoti di quello che già viene chiamato «il patrono di Internet», almeno 1 milione nei cinque continenti, vedono la sua presenza ovunque. L’ultimo segno, il 15 agosto. Scrivono i fan su Facebook: «Questa notte, nella solennità della Santissima Vergine Maria Assunta, Carlo è venuto a prendersi la sua cagnolina Briciola di quasi 17 anni. Ora corre e gioca anche lei nei meravigliosi giardini del Paradiso assieme agli altri animali di Carlo che l’hanno preceduta», i cani Poldo, Stellina e Chiara, i gatti Bambi e Cleopatra. Non le pare eccessivo che associno l’Assunzione alla morte di una bestiola? Sorride indulgente Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis, stroncato a 15 anni da una leucemia fulminante nel breve volgere di 72 ore. «Prima che ci lasciasse, gli dissi: se in cielo troverai i nostri amici a quattro zampe, compari con Billy, il cane della mia infanzia. Lui non lo conosceva. Un giorno zia Gioia, ignara del nostro accordo, mi telefonò: “Stanotte in sogno ho visto Carlo. Teneva fra le braccia Billy”».

Ma sono ben altri i segni per cui lo studente milanese, già venerabile dal 2018, verrà proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre ad Assisi, ultima tappa prima di diventare santo. Quando il 23 gennaio 2019 si eseguì la ricognizione canonica sulle spoglie mortali del giovanissimo servo di Dio, la sua salma fu trovata intatta. «Io stavo lì, mio marito non volle vedere. Era ancora il nostro ragazzone, alto 1,82, solo la pelle un po’ più scura, con tutti i suoi capelli neri e ricci. E lo stesso peso, quello che si era predetto da solo».

Che intende dire?

«Pochi giorni dopo il funerale, all’alba fui svegliata da una voce: “Testamento”. Frugai in camera sua, pensavo di trovarvi uno scritto. Nulla. Accesi il pc, lo strumento che preferiva. Sul desktop c’era un filmato brevissimo che si era girato da solo ad Assisi tre mesi prima: “Quando peserò 70 chili, sono destinato a morire”. E guardava spensierato il cielo».

La vita di Carlo durò solo 5.641 giorni.

«In realtà 5.640. Entrò in coma alle 14 dell’11 ottobre 2006, con il sorriso sulle labbra. Credevamo che si fosse addormentato. Alle 17 fu dichiarata la morte cerebrale, la mattina del 12 quella legale. Avremmo voluto donare i suoi organi, ma non fu possibile, ci dissero che erano compromessi dalla malattia. Un bel paradosso, perché il cuore, perfetto, ora sarà esposto in un ostensorio nella basilica papale di San Francesco ad Assisi».

Quand’è stato prelevato?

«Durante la ricognizione del 2019. Con atto notarile abbiamo voluto donare il corpo al vescovo di Assisi. Era giusto che appartenesse alla Chiesa universale».

In che modo Carlo scoprì la fede?

«Non certo per merito di noi genitori, lo scriva pure. In vita mia ero stata in chiesa solo tre volte: prima comunione, cresima, matrimonio. E quando conobbi il mio futuro marito, mentre studiava economia politica a Ginevra, non è che la domenica andasse a messa».

Allora come spiega questa religiosità?

«Un ruolo lo ebbe Beata, la bambinaia polacca, devota a papa Wojtyla. Ma c’era in lui una predisposizione naturale al sacro. A 3 anni e mezzo mi chiedeva di entrare nelle chiese per salutare Gesù. Nei parchi di Milano raccoglieva fiori da portare alla Madonna. Volle accostarsi all’eucaristia a 7 anni, anziché a 10».

E voi come reagiste?

«Lo lasciammo libero. Ci pareva una cosa bella, perciò chiedemmo una deroga. Per me fu una “Dio-incidenza”. Carlo mi salvò. Ero un’analfabeta della fede. Mi riavvicinai grazie a padre Ilio Carrai, il padre Pio di Bologna, altrimenti mi sarei sentita screditata nella mia autorità genitoriale. È un percorso che dura tuttora. Spero almeno di finire in purgatorio».

Carlo fu precoce solo nella preghiera?

«In tutto. Era un mostro di bravura. A 6 anni già padroneggiava il computer, girava per casa con il camice bianco e il badge “Scienziato informatico”. A 9 scriveva programmi elettronici grazie ai testi acquistati nella libreria del Politecnico».

Non era troppo piccolo per usare il pc?

«I promotori della causa di beatificazione hanno analizzato in profondità la memoria del suo computer con le tecniche dell’indagine forense, senza riscontrare la minima traccia di attività sconvenienti. Sognava di adoperare il pc e il web per diffondere il Vangelo. Papa Francesco nellaChristus vivit cita Carlo come esempio per i giovani. “Sapeva molto bene”, spiega, “che questi meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati”, ma lui ha saputo uscirne “per comunicare valori e bellezza”. Il suo sguardo spaziava ben oltre Internet».

Fino a dove?

«Alle mense dei poveri, quelle delle suore di Madre Teresa di Calcutta a Baggio e dei cappuccini in viale Piave, dove prestava servizio come volontario. La sera partiva da casa con recipienti pieni di cibo e bevande calde. Li portava ai clochard sotto l’Arco della Pace, per i quali con i risparmi delle sue mance comprava anche i sacchi a pelo. Lo accompagnava il nostro cameriere Rajesh Mohur, un bramino della casta sacerdotale indù, che si convertì al cattolicesimo vedendo come Carlo aiutava i diseredati».

Avrebbe mai detto che un giorno sarebbe salito all’onore degli altari?

«Ero certa che fosse santo già in vita. Fece guarire una signora da un tumore, supplicando la Madonna di Pompei».

Il miracolo riconosciuto dalla Chiesa?

«No, solo uno dei tanti che nemmeno sono entrati nel processo di canonizzazione. Quello che lo farà proclamare beato accadde in Brasile nel settimo anniversario della morte, il 12 ottobre 2013, a Campo Grande. Matheus, 6 anni, era nato con il pancreas biforcuto e non riusciva a digerire alimenti solidi. Padre Marcelo Tenório invitò i parrocchiani a una novena e appoggiò un pezzo di una maglia di Carlo sul piccolo paziente, che l’indomani cominciò a mangiare. La Tac dimostrò che il suo pancreas era divenuto identico a quello degli individui sani, senza che i chirurghi lo avessero operato. Una guarigione istantanea, completa, duratura e inspiegabile alla luce delle attuali conoscenze mediche».

Suo figlio come si ammalò?

«Sembrava una banale influenza. Dopo alcuni giorni comparvero forte astenia e sangue nelle urine. Lui se ne uscì con una delle sue frasi: “Offro queste sofferenze per il Papa, per la Chiesa e per andare dritto in paradiso senza passare dal purgatorio”, ma in famiglia non vi demmo troppo peso. Chiamai il professor Vittorio Carnelli, che era stato il suo pediatra. Ci consigliò l’immediato ricovero nella clinica De Marchi. E lì avemmo la diagnosi infausta: leucemia mieloide acuta M3. Carlo ne fu informato dagli ematologi. Reagì con dolcezza e commentò: “Il Signore mi ha dato una bella sveglia”. Fu trasferito all’ospedale San Gerardo di Monza. Appena giuntovi, scosse la testa: “Da qui non esco vivo”».

Lei invocò un miracolo per suo figlio?

«Sì, da Gesù, dalla Madonna e dal venerabile fra Cecilio Maria, al secolo Pietro Cortinovis, il cappuccino fondatore dell’Opera San Francesco per i poveri di Milano. Ma i piani di Dio erano altri».

Quali?

«Quelli che avevo proposto a Carlo prima che spirasse: chiedi al Signore di manifestarci un segno della sua presenza».

E suo figlio che cosa le rispose?

«“Non preoccuparti, mamma. Ti darò molti segni”. Nove giorni dopo la sua morte, a Tixtla, in Messico, un’ostia si arrossò di sangue. Una commissione composta anche da scienziati non credenti accertò che era del gruppo AB, lo stesso presente nella Sindone e nel miracolo di Lanciano, e che si trattava di cellule del cuore. A distanza di quattro anni, negli strati sottostanti alla coagulazione restava ancora presente del sangue fresco».

Suo figlio aveva allestito «Segni», una mostra sui miracoli eucaristici.

«Sì, sta girando tutti i santuari del mondo. Negli Stati Uniti l’hanno ospitata 10.000 parrocchie. Sono eventi soprannaturali come quello accaduto il 12 ottobre 2008, nel secondo anniversario della sua morte, a Sokólka, in Polonia. Un’ostia caduta a terra durante la comunione, e conservata in cassaforte, una settimana dopo divenne un pezzo di carne di origine miocardica, gruppo sanguigno AB».

Ha avuto solo questi, di segni?

«Anche altri. Carlo mi predisse che sarei diventata di nuovo madre, benché stessi per compiere 40 anni. E nel 2010, quando già ne avevo 43, diedi alla luce due gemelli, Michele e Francesca».

Perché fu sepolto ad Assisi?

«Abbiamo una casa in Umbria. Un cartello avvertiva che c’erano in vendita nuovi loculi nel cimitero comunale. Chiesi a Carlo che cosa ne pensasse. “Sarei felicissimo di finire qua”, rispose. Il suo corpo intatto è stato poi traslato nel santuario della Spogliazione, dove ora i fedeli potranno venerarlo per sempre».

Che cosa le manca di più di suo figlio?

«L’allegria. Appena morì, ricordo d’aver pensato: e ora chi mi farà ridere? e chi mi aiuterà con il computer? Mi restano i suoi pensieri, detti e scritti: “Non io, ma Dio!”. “Da qualunque punto di vista la si guardi, la vita è sempre fantastica”. “Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie”».

L’ultimo rende bene l’idea dei social.

«È così, gli uomini d’oggi sono ripiegati su sé stessi. La loro felicità è fatta solo di like. Ma Carlo è l’influencer di Dio».

Non vorrebbe che fosse ancora qui con lei, anziché avere un santo in cielo?

«Ho fatto mia l’invocazione di Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. I figli non ci appartengono, ci sono affidati. Sento Carlo più presente di quando era in vita. Vedo il bene che fa. Mi basta».

4 settembre 2020

 

Predicatelo sui tetti

Commento di Padre Giulio Maria Scozzaro
del Vangelo di Domenica 21 giugno 2020

 

«Predicatelo sui tetti». Il comando di Gesù esprime la determinazione di annunciare a tutti, ovunque, il suo Vangelo, le parole di salvezza.

Il termine predicazione lo utilizza rivolgendosi agli Apostoli, ai futuri Sacerdoti e Vescovi, anche tutti i cristiani in virtù del loro Battesimo hanno la responsabilità di annunciare il Vangelo. Non si tratta di una autorizzazione che bisogna ricevere da qualcuno, il cristiano è titolato ad annunciare Gesù Cristo per la sua Fede.

Questo non avviene in massima parte per la convinzione del cristiano di essere un vero seguace di Gesù, pur essendo magari solo un pigro ammiratore. Il vero seguace è solo chi imitata come può le opere del Maestro, vive i suoi insegnamenti e ne diventa discepolo.

Nel mondo i diavoli sono scatenati e quanti vivono senza Grazia rimangono colpiti dal Male. Si pensa alla presenza di satana solo quando si scopre la sua attività nella propria vita con gli attacchi distruttivi e con le violenti tentazioni, o con disgrazie che colpiscono i familiari. Solo allora si cerca l’esorcista o il Sacerdote anche con le preghiere di liberazione.

Il nucleo centrale del Vangelo di oggi è l’invito di Gesù a non aver paura degli attacchi dei cattivi: «Non abbiate timore». La coerenza del cristiano non teme il giudizio degli altri, che poi sono persone prive di virtù e bugiarde, non hanno nulla da insegnare.

Noi abbiamo scoperto il tesoro che rende grandemente ricchi ed è la Grazia di Gesù, è l’Amore Divino che ci dona quanto il mondo non immagina neanche. Nelle malattie e nelle sofferenze noi riusciamo a sopportare con amore e sappiamo che Dio Creatore interviene sempre in nostro aiuto. Non siamo mai soli.

Non dobbiamo avere mai paura degli uomini. Con il coraggio della Fede dobbiamo affrontare ogni situazione senza indietreggiare. Non aver paura degli uomini è semplice, essi sono uguali a noi e Gesù ci dice che avverrà uno stravolgimento tra le cose nascoste e quanto sarà svelato, di ciò che adesso è segreto e di fatti conosciuti. 

Il cambiamento delle menzogne in verità avverrà perché lo stabilisce Gesù Cristo, tutto è sottoposto al cambiamento. Non c’è d’aver paura degli uomini anche quelli più cattivi, solo adesso mostrano arroganza per il potere che esercitano, ma presto saranno sballottati con un soffio di vento.

La Parola di Dio non deve restare nelle tenebre come sta accadendo, Essa ha attraversato le notti della storia ed è giunta nella notte di chi la legge, ed è Parola che deve brillare senza luci artificiali, deve essere una luce che rincuora e dona la pace. È la Luce di Gesù.

Oggi moltissime omelie sono prive di Luce Divina e le tenebre coprono molti di quanti ascoltano, accolgono dottrine false. Ecco la necessità di diffondere ovunque il Vangelo storico e di aiutare quanti si sono incamminati nella strada della perdizione. Se abbiamo incontrato Gesù dobbiamo comunicarlo a tutti.

Ognuno di noi deve essere una luce che brilla in un mondo di tenebre, la luce è la .

In Cristo tentati, ma vittoriosi sul maligno

IN CRISTO SIAMO STATI TENTATI E IN LUI ABBIAMO VINTO IL DIAVOLO


La nostra vita in questo pellegrinaggio terreno non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione.

Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.

Il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo.

In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.

Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana.
Leggiamo nel Vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto.

Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l'umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria.

Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore.

Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato.


(dal "Commento sui salmi" di Sant'Agostino, Vescovo)

La Teologia del Servizio di Bethania , Isola di Siracusa

 

Nella Liturgia delle Ore o Ufficio Divino, comunemente chiamato Breviario, preghiera fondamentale della Chiesa, volta a "santificare tutto il corso del giorno e della notte" (Sacrosantum Concilium n.84) in particolare nelle Lodi Mattutine della Domenica della 1.a Settimana del Salterio (pag.672 nel 3° volume del Tempo ordinario) troviamo le coordinate spirituali del Santuario di Bethania e, all'interno di queste, la traccia di una specifica prerogativa di questo luogo per il futuro della Chiesa.
Nel Salmo 62 (L'anima assetata del Signore - dopo la 1.a antifona) viene rappresentata la necessità di ogni fedele di attingere "acqua viva" nel Signore, per dissetare la propria anima, l'uomo che cerca il Santuario per stabilire un rapporto più intimo e profondo con il Signore, lontano dal frastuono della città e dalle distrazioni che non aiutano a questo contatto intimo con Gesù; infatti nel libro "A Bethania in Preghiera" leggiamo testualmente a pag. 17 "Andare a Bethania significherà individualmente e comunitariamente isolarsidistaccarsi dalle cose e dalla massa, principio indiscusso di sanità mentale" e ancora "Significherà andarsi a caricare dell'energia dell'Amore e della Luce di Dio, per diventare e restare Amore e Luce per i fratelli".

Nel Cantico (Daniele 3, 58-88.56) "Ogni creatura lodi il Signore" (dopo la 2.a antifona) che i tre giovani, Sadràch, Mesàch e Abdènego, intonarono ad una voce sola lodando, glorificando e benedicendo Dio per essere stati salvati nella fornace ardente, il canto di lode e benedizione viene rivolto a Dio e a tutte le cose da Lui create, dagli elementi della natura, ai fenomeni atmosferici, alle creature animali e umane, e in ciò scopriamo un ulteriore specifico del Santuario di Bethania: l'inserimento in un contesto totalmente naturalistico che, per la sua conformazione ambientale, il suo affacciarsi sui cinque continenti, sembra intonare una perenne lode e rendimento di grazie al Signore per la bontà e le meraviglie delle Sue opere, liberate con Cristo e in Cristo dalla caducità della morte alla Resurrezione eterna in comunione con Lui, così da sentire in modo percettibile Bethania come il "Paese della Resurrezione dell'Uomo e della prova della Messianità e della Divinità di Cristo" (A Bethania in Preghiera - pag.15).
Nel Salmo 149 (Festa degli amici di Dio - dopo la 3.a antifona) la lode e le benedizioni che abbiamo visto poco prima vengono a ragione esaltate e magnificate attraverso i canti, i suoni e la musica che i fedeli elevano al Signore con ogni mezzo e in mille modi, dove assume un ruolo prorompente l'azione della Chorale Comunità dell'Alleanza di Bethania, al suo 10° anno di vita, una entità indefinibile con termini secolari, in quanto non nasce da nessun genere di programmazione, da nessuna associazione civile e mutualistica, da nessun preconfezionamento di gruppo come solitamente avviene in molti ambiti della vita civile e, non di meno, religiosa, ma da una collettività di fervorosi cittadini frequentatori di Bethania che, mettendo a disposizione la loro voce e , taluni, le loro capacità musicali, lodono e inneggiano a Dio, "cantando al Signore un canto nuovo", nuovo non perché non conosciuto prima ma in quanto eseguito con un rinnovato e sempre gioioso spirito di ringraziamento al Signore che è venuto, che viene e che verrà, animando tutte le occasioni più significative della vita liturgica nella chiesa territoriale.
E' importante ora soffermare la nostra attenzione in modo più particolare al Cantico di Daniele 3 , di cui abbiamo accennato; attraverso una attenta lettura dei versetti possiamo notare come l'esortazione alla benedizione viene rivolta dagli autori a tutti gli elementi del creato operando un accostamento analogico di tutti questi elementi all'interno di ogni strofa. Così possiamo notare come le "Opere" sono accostati agli "Angeli" e ai "Cieli"(1.a strofa); la "Volta celeste (acque sopra i cieli)" agli astri come il "sole, la luna e le stelle del cielo" (2.a strofa); elementi atmosferici come "piogge e rugiade, venti tutti, fuoco e calore, freddo e caldo" nella 3.a strofa; nella 4.a strofa troviamo la "rugiata e la brina" accostata al "gelo e al freddo" e "ghiacci e nevi", situazioni naturali che sono determinati nel naturale cambiamento di temperatura tra "notti e giorni"; gli elementi della terra e vegetali come "monti e colline, creature che germinano sulla terra, sorgenti, mari e fiumi" vengono accostati tra di loro nella 6.a strofa; tutto il mondo degli animali (incluso l'uomo nella sua natura) viene accostato nella 7.a strofa; ma è nell'ottava strofa che scopriamo un accostamento veramente esemplare dal quale potrà partire tutta la Chiesa per riproporre una nuova e pregnante teologia nel nuovo millennio: la "teologia del servizio".
Nell'ottava strofa Israele viene accostato ai "sacerdoti del Signore" e insieme sono considerati i "servi del Signore"Israele cioè è "modello di servizio", i sacerdoti sono "modello di servizio" di quel " "prototipo di servizio" che è Gesù Cristo stesso, venuto per "servire e non per essere servito".

La "teologia del servizio", che trova così la sua naturale collocazione e promanazione, e ispirazione a Bethania e da Bethania, (Opera nata dalla realizzazione di quanto Gesù ha richiesto alla Venerabile Suor Santina Scribano del Sacro Cuore, che è vissuta nel "nascondimento del servizio", immolandosi per la santificazione dei sacerdoti"modelli di servizio"), rappresenta di per sé quella magnifica e particolare occasione in cui finalmente Israele, il popolo ebreo e i cristiani, soprattutto i cattolici, potranno riconoscersi nella piena comunione con Gesù Cristo"fondante modello di servizio" per la salvezza dell'umanità intera.
Specifico in particolare con i cattolici perché il primato nei confronti delle altre confessioni cristiane sta proprio nel concetto di "servizio"; come il Papa è "primo" nel servizio in quanto chiamato ad evangelizzare e a servire la Chiesa a livello universale (e firma i suoi scritti come "servo dei servi di Dio"), così lo è il Vescovo nella sua diocesi (primo nel servizio alle sue comunità parrocchiali) e così lo è il sacerdote nella sua parrocchia (insuperabile nel servizio al prossimo e ai fedeli nella comunità a lui assegnata); così si manifesta ogni piccolo "primato nel servizio" su ogni cristiano cattolico, in base alla specifica chiamata del Signore e in forza del suo sacerdozio regale ottenuto già con il battesimo e nella comunità in cui vive e opera (sia esso genitore, catechista, diacono, religioso, ecc.).
Il popolo ebraico, tutto Israele, come "modello di servizio", destinato così ad entrare in simbiosi con i cristiani nella comune missione salvifica a livello universale, è un aspetto che ancora oggi non è del tutto accettato non solo da altre confessioni religiose ma anche dai cattolici stessi, oltre che da talune comunità ebraiche.
A tal proposito mi sembra quanto mai pertinente la dichiarazione fatte dal Rabbino Jacob Neusner, tra i massimi esperti delle Sacre Scritture ebree (di cui parla il Santo Padre Benedetto XVI a pag.129 del suo saggio "Gesù di Nazareth") in un articolo apparso sul quotidiano "Il Foglio" del 16 maggio 2007 :" Il giudaismo porta un messaggio per tutta l'umanità e apre la porta alla conversione…..alla sua teologia da parte di tutta l'umanità. Il giudaismo….non è una religione etnica o nazionalistica ma una religione che si comprende attraverso la figura di Israele come popolo di Dio" pertanto "uno stato di Israele che incarna un'aspirazione soprannaturale di tutta l'umanità, non limitata ad un particolare gruppo etnico".
In sostanza Israele è il popolo inserito nel piano salvifico di Dio come "modello di servizio" per l'umanità intera, senza alcuna pretesa di natura etnica o nazionalistica, ma oggettivamente privilegiato e tutelato come i credenti in Gesù Cristo (venuto per fare non la Sua volontà ma la volontà del Padre che l'ha mandato, in comunione con lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio), e in quanto accomunati in un unico comune denominatore: essere "modelli di servizio".
Tra le tante belle pagine e appunti delle lezioni di Sacra Scrittura tenute dal Caro Mons. Vincenzo Migliorisi, fondatore dell'Istituto di Scienze Religiose San Metodio di Siracusa, chiamato alla Casa del Padre improvvisamente il 22 Settembre del 2002, ci ritorna sempre in mente una sua frase che, pur essendo composta da appena 5 parole, sembra essere il suo vero testamento spirituale: "Nella-Chiesa-Tutto-E'-Servizio"; questa consapevolezza è tanto semplice e scontata quanto significativa e ricca di messaggi ancora tutti da sviluppare, se si pensa che oggi per molti credenti, praticanti e consacrati è difficile da masticare e da digerire.

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